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VERITA' NASCOSTE

Per chi ancora crede che ad uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sia stata la mafia, intesa come organizzazione criminale dedita al traffico di droga o all’imposizione del pizzo, la notizia della riapertura dell’indagine sui mandanti occulti della stage di via D’Amelio, deve far riflettere non poco.
Penso che qualsiasi persona che abbia seguito ed analizzato, per quanto questo sia possibile, i tragici avvenimenti che hanno segnato l’Italia tra il 1992 ed il 1993, si sia accorta che un’organizzazione criminale come Cosa Nostra, seppur forte sul territorio siciliano e non, non può agire senza il placet di quello che viene definito da molti, tra i quali anche Giovanni Falcone, terzo livello. Come si spiega il fatto che l’eroe Giovanni Falcone sia stato ucciso su una strada trafficata con un attentato in stile libanese, pianificato nei minimi dettagli senza che nessun organo di intelligence se ne accorgesse? E come si spiega la mancata bonifica di via D’Amelio? Lo Stato ha ucciso la legalità nel giorno i cui ha abbandonato al loro destino Falcone e Borsellino.
Speriamo vivamente che quest’indagine possa definitivamente far luce su una delle pagine più buie della storia d’Italia.

Dal Corriere della Sera del 17-07-2007

Aperto un fascicolo dalla procura di Caltanissetta.
Borsellino, indagine su servizi segreti.
Per gli inquirenti persone legate agli apparati deviati dei servizi potrebbero aver ricoperto un ruolo nella strage di via D'Amelio.

ROMA - Potrebbero esserci i servizi segreti dietro alla strage di via D'Amelio in cui morirono il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Questo, almeno, quanto sta cercando di accertare la procura della Repubblica di Caltanissetta che ha aperto un fascicolo d'indagine sulla questione. Secondo l'ipotesi degli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto, Renato di Natale, qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti potrebbe aver ricoperto un ruolo nell'attentato.

NUOVA DOCUMENTAZIONE - In particolare gli inquirenti stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo e che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori. A questo apparecchio è collegato un imprenditore palermitano. I processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, ma nulla si è mai saputo su chi ha premuto il pulsante che ha fatto saltare in aria Borsellino e gli agenti di scorta. Un altro elemento sul quale è puntata l'attenzione degli inquirenti, è «la presenza anomala» di un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo l'esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito «all'esterno» i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga.

Da Repubblica (17 maggio 2007)

Nell'ufficio giudiziario che è stato il "motore" delle inchieste sulle stragi siciliane, la Procura di Caltanissetta, oggi c'è solo l'aggiunto Renato Di Natale che segue ancora l'ultima filone d'indagine su Capaci. Dal 1992 hanno aperto e chiuso tre fascicoli sui mandanti "altri". In quindici anni sono finiti in 7 nel registro degli indagati "per concorso in strage".
I primi due sono stati Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Rivelazioni di pentiti, indagini intrecciate con un presunto riciclaggio e pericolose amicizie palermitane. Furono individuati loro due come quei "nuovi referenti" che - fra il '92 e il '93 - stavano cercando i boss. L'inchiesta su Berlusconi e Dell'Utri è stata definitivamente chiusa il 3 maggio 2002.
La seconda inchiesta sui mandanti occulti è quella che viene definita "la pista di mafia e appalti". Grandi lavori e grandi tangenti, gli affari delle cosche che si mischiano quelli della politica, società quotate in Borsa e l'ombra dei Corleonesi. Cinque gli indagati: Giovanni Bini, Antonio Buscemi, Agostino Catalano, Benedetto D'Agostino, Pino Lipari. Anche per loro indagine chiusa il 9 giugno 2003. L'ultima inchiesta si è arenata in questa primavera del 2007. Era nata dalle dichiarazioni di Antonino Giuffrè. Il pentito aveva raccontato che, prima della strage, i boss avevano avviato "una sorta di consultazione in settori imprenditoriali e politici". Un sondaggio preventivo di Cosa Nostra.

Lettera di Salvatore Borsellino

Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile. Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio. Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di se, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese. Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito. Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia. I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il sua assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta su fenomeno della mafia (relatore On. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione. Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’ agenda rossa. Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia. Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto. Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia. Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia. A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento. E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’industrializzazione rispetto al resto del paese. A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e Via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta. A seguire, infine, con l'individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti "storici". Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico. Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistrati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi politici. Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi. Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, ma i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’atro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile. Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perchè da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia. Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano). Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migliore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” . Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace. Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio. Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio : “e’ arrivato in città il carico di tritolo per me”. A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infattivi si recava appena almeno tre volte alla settimana ! La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” . Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio. Chiedo alla Procura di Caltanisseta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio : eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del Dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento. Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi. Per un’altra archiviazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo relativo alla Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale. Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte. Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza Dott. Parisi e il Dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come racconto lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente. Altrimenti, grazie alla sparizione dell’ agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo. E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D'Amelio.

Milano, 15 Luglio 2007

Da www.societacivile.it

IL GRANDE GIOCO di Gianni Barbacetto

Dieci anni dopo la morte di Giovanni Falcone. Le inchieste che archiviano le accuse a Berlusconi e Dell'Utri, indagati per strage, lasciano aperte molte domande inquietanti.
"Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande". -Giovanni Falcone-

Maria Falcone, nell'attesa, aveva cucinato una torta alle fragole. Lo stesso dolce che sua madre era solita preparare, anni prima, a lei e a suo fratello Giovanni. Ma alle ore 17, 56 minuti e 48 secondi di sabato 23 maggio 1992 gli strumenti della stazione di rilevamento dell'Istituto nazionale di geofisica di Monte Cammarata, in provincia di Agrigento, registrano una scossa, localizzata a Capaci, nei pressi di Palermo. Non è un terremoto, ma un'esplosione avvenuta al chilometro 4 dell'autostrada che unisce l'aeroporto di Punta Raisi alla città. Una carica di oltre 500 chili di esplosivo scoppia sotto l'asfalto mentre stanno transitando tre auto blindate. Si apre un cratere profondo tre metri e mezzo, il piano stradale è squarciato e sollevato e divelto per centinaia di metri. Muoiono subito gli agenti di polizia Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, che viaggiavano sulla prima auto del piccolo corteo. Qualche ora dopo, all'ospedale, si spengono Giovanni Falcone, che era al volante della seconda Fiat Croma blindata, e sua moglie Francesca Morvillo, seduta accanto a lui. Maria Falcone dice: la torta alle fragole non la preparerò mai più.
Sono passati dieci anni. L'Italia è cambiata, è cambiata la politica, è cambiata la mafia. Gli assassini mafiosi di Giovanni Falcone sono stati condannati. Rimangono invece senza risposta molte domande sul contesto della strage, sulla possibilità che altre "entità" siano entrate in gioco, in quel biennio terribile 1992-1993 in cui muore Falcone, viene ucciso Paolo Borsellino, Cosa nostra cambia alleanze, scoppiano le bombe a Firenze, Roma, Milano, si sbriciolano i vecchi partiti, nasce un nuovo sistema politico. Ci sono "mandanti a volto coperto" di quella strategia delle stragi? C'è qualcuno che si è mosso accanto a Cosa nostra? Un decennio d'indagini non ha portato ad alcuna certezza – almeno sul piano giudiziario. Ma ha accumulato una grande quantità di materiale investigativo che ora – sul piano giornalistico, ma anche politico e storico – lascia aperte molte domande. Inquietanti. Anche l'ultima indagine sui mandanti esterni della strage di Capaci, aperta a Caltanissetta a carico di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri (iscritti per ragioni di segretezza con le sigle Alfa e Beta) è stata archiviata pochi giorni fa, il 3 maggio, dal giudice per le indagini preliminari (gip) Giovanbattista Tona. Archiviata nel novembre 1998 – apprendiamo oggi – pure l'indagine segreta sulle stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano disposta della Procura di Firenze a carico di Berlusconi e Dell'Utri (iscritti con le sigle Autore 1 e Autore 2): "Per l'insufficienza degli elementi a sostenere l'accusa in giudizio". Eppure la lettura dei decreti d'archiviazione, invece di tranquillizzare, finisce per accrescere le incertezze, i dubbi, le inquietudini. Non abbiamo trovato elementi sufficienti a portare alcun indagato eccellente in un'aula di giustizia – dicono nella sostanza i giudici – ma è certo che Cosa nostra non ha fatto tutto da sola, è sicuro che altre entità sono entrate in gioco. Dunque gli assassini sono tra noi. Scrive infatti il gip di Firenze: "Le indagini svolte hanno consentito l'acquisizione di risultati significativi solo in ordine all'avere Cosa nostra agito a seguito di input esterni". Chi ha dato questi input? Pezzi di apparati dello Stato, gruppi politici, imprenditori? Berlusconi e Dell'Utri erano certamente in contatto con uomini di Cosa nostra. E hanno "intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista". Dunque l'ipotesi dell'accusa ha "mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità". Ciò nonostante, i magistrati di Firenze non hanno "potuto trovare – nel termine massimo di durata delle indagini preliminari – la conferma delle chiamate de relato e delle intuizioni logiche", cioè non hanno la prova provata di quanto raccontato da una decina di mafiosi diventati collaboratori di giustizia. L'archiviazione di Caltanissetta non è più rasserenante. Riassume dieci anni d'indagini sulle stragi e offre la sintesi finale di uno scenario inquietante: la drammatica transizione italiana tra la "prima" e la "seconda Repubblica" è avvenuta a colpi di bombe e di inconfessabili trattative tra lo Stato e la criminalità organizzata. La situazione era drammatica: il sistema politico era in crisi, le elezioni del 5 e 6 aprile 1992 avevano punito i partiti e mostrato la disaffezione crescente per le forze politiche tradizionali, Mani pulite stava mettendo in luce l'enorme corruzione italiana, la situazione del debito pubblico stava portando il Paese verso il baratro. In questo contesto, la più potente e ricca delle organizzazioni criminali, Cosa nostra, decide di cambiare pelle: diventati ormai definitivi gli ergastoli del maxiprocesso di Palermo (30 gennaio 1992), i boss decretano di punire i vecchi alleati che non hanno mantenuto i patti (la Dc di Giulio Andreotti e Salvo Lima) e di cercare nuovi referenti politici. Dichiarano guerra allo Stato, che intanto è scosso dalla crisi di Tangentopoli e resta senza governo (Andreotti si dimette il 24 aprile 1992) e senza presidente della Repubblica (Francesco Cossiga, sotto minaccia d'impeachment per il caso Gladio, si dimette il 25 aprile). Cosa nostra inizia il suo attacco. Uccide quelli che considera i "traditori": il 12 marzo 1992 il proconsole andreottiano in Sicilia Salvo Lima e, nel settembre successivo, Ignazio Salvo. Poi elimina il suo nemico numero uno, colui che aveva ottenuto gli ergastoli del maxiprocesso, e che per il futuro, andato a Roma, al ministero della Giustizia, minaccia di fare anche peggio. Il 19 luglio è la volta di Paolo Borsellino: una strage controproducente per Cosa nostra, incomprensibile senza l'intervento di qualcuno, esterno all'organizzazione, che abbia spinto, fatto precipitare i tempi, garantito una protezione. Infine, nel 1993, le strane stragi a Firenze, Roma, Milano, che hanno per obiettivo monumenti e opere d'arte e sono subito rivendicate dalla Falange armata, misteriosa sigla che rimanda a settori dei servizi segreti. Già alla fine degli anni Ottanta Cosa nostra aveva dato segni di irrequietezza politica. Insoddisfatta dello scudo fornito dalla Dc, aveva cominciato a dirottare il proprio sostegno verso il Psi e il Partito radicale, che piacevano ai boss "per i loro discorsi garantisti". Quando però Claudio Martelli, eletto a Palermo anche con i voti della mafia, diventa ministro della Giustizia, chiama al suo fianco Falcone (febbraio 1991) e vara un decreto legge (aprile 1991) che impedisce le scarcerazioni per decorrenza termini che stavano per scattare, anche il Psi diventa un nemico. Totò Riina cerca nuovi punti di riferimento politici. Dentro Cosa nostra nasce addirittura un partito, Sicilia libera, fondato da Tullio Cannella per conto del boss corleonese Leoluca Bagarella, che propugna l'indipendentismo siciliano e cerca un raccordo con una serie di "leghe del Sud", risposta meridionale al successo della Lega di Umberto Bossi.
Ma nello stesso tempo i mafiosi coltivano rapporti, aprono contatti con imprenditori e con uomini dello Stato. Con Raul Gardini, che con la sua Calcestruzzi è diventato di fatto socio di Cosa nostra. Falcone se ne accorge, e dice in pubblico: "La mafia è entrata in Borsa". L'obiettivo dei boss è economico (fare affari), ma anche politico: attraverso Gardini arrivare a Bettino Craxi e fargli interrompere la svolta antimafia del suo delfino Martelli. Questa strada presto s'interrompe: Gardini è estromesso dalla Ferruzzi, poi si toglie la vita; e Craxi affonda sommerso dagli avvisi di garanzia di Mani pulite. Durano di più i contatti con gli ambienti Fininvest, con Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi. Contatti che venivano da lontano: "I rapporti di Cosa nostra con Dell'Utri e Berlusconi erano risalenti nel tempo", scrive il gip di Caltanissetta, "in una prima fase erano stati collegati con Stefano Bontate, Pietro Lo Iacono e Girolamo Teresi della famiglia della Guadagna"; poi, nei primi anni Settanta, un uomo di Cosa nostra, Vittorio Mangano, era stato addirittura accolto nella villa di Arcore e, "secondo quanto raccontava, lì avevano soggiornato anche vari latitanti, come Nino Grado, Francesco Mafara, Salvatore Contorno, dedicandosi al traffico di droga e ai sequestri di persona". Secondo il collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza, Mangano aveva tentato addirittura il sequestro di Luigi Berlusconi, padre di Silvio e dirigente della Banca Rasini, poi non realizzato. Dalle casse di Berlusconi, comunque, cominciano a uscire soldi diretti a Palermo: prima a Bontate, ai tempi numero uno di Cosa nostra, poi a Vittorio Teresi, poi ancora a Ignazio Pullarà, della "famiglia" di Santa Maria di Gesù. "Gli faceva uscire i picciuli", racconta il boss Giovanni Brusca. Versamenti mensili, perché Cosa nostra proteggesse le antenne tv siciliane. Brusca conferma di aver chiesto personalmente a Mangano, negli anni Novanta, di ripristinare i suoi contatti. "Mangano si rese disponibile", scrive il gip. "Fece diversi viaggi a Milano per portare a termine il compito affidatogli da Brusca che consisteva nell'avanzare a Berlusconi le richieste che stavano a cuore all'associazione Cosa nostra. Mangano si servì di un altro intermediario, che diceva a Brusca di chiamarsi Roberto e che faceva "l'imprenditore all'interno della Fininvest... aveva l'appalto delle pulizie". Chi sia "Roberto" non si sa. Sono stati arrestati a Milano, nel marzo 1998, due imprenditori del settore pulizie, con appalti Fininvest, contatti con Dell'Utri e strettissimi rapporti con la famiglia Mangano, ma non è stata trovata alcuna prova che "Roberto" sia uno di loro; inoltre la sentenza di primo grado li ha assolti dall'accusa di associazione mafiosa. Ma Mangano aveva certamente ottimi rapporti con gli ambienti Fininvest: Dell'Utri ha pubblicamente confermato di aver sempre mantenuto la sua amicizia con lui; e un collaboratorte di giustizia, Salvatore Cocuzza, afferma che Mangano aveva addirittura comunicato in anticipo ai boss il varo del decreto Biondi (quello passato alla cronaca nel 1994 con il nome di "salvaladri", che avrebbe avuto un effetto positivo anche per i mafiosi, se il governo Berlusconi non fosse stato costretto a ritirarlo). Ci sono altri canali aperti tra Palermo e Milano, scrive il gip. Uno passa da Catania, dove Cosa nostra organizza attentati alla Standa (allora posseduta da Berlusconi) non solo per ottenere il "pizzo", ma forse anche per attivare un canale con la Fininvest. Così, almeno, raccontano alcuni collaboratori, ma di ciò non sono state trovate conferme. Un altro canale passa invece attraverso Massimo Maria Berruti, "ex ufficiale della Guardia di finanza in contatto con Totò Di Ganci (rappresentante della famiglia di Sciacca)" e oggi deputato di Forza Italia. Angelo Siino, ex "ministro dei lavori pubblici" di Cosa nostra, racconta che un altro esponente di Cosa nostra, Antonino Gioè, gli ha confidato in carcere che Leoluca Bagarella, dopo l'arresto di Riina nel gennaio 1993, aveva in programma attentati a monumenti come la Torre di Pisa. La conversazione era stata interrotta per paura di intercettazioni, ma poi Gioè aveva lasciato a Siino nel locale docce del carcere un biglietto in cui "era scritto che Berruti aveva detto a Bagarella di compiere azioni eclatanti relative tra l'altro a un edificio fiorentino che custodiva opere d'arte". Un ulteriore canale era rappresentato dai fratelli Graviano, che secondo Cannella "si incontravano personalmente" con Dell'Utri. Questi canali erano reali, arrivavano davvero a Dell'Utri e Berlusconi, oppure gli uomini di Cosa nostra, lungo la catena degli intermediari, si smarrivano in millanterie, esagerazioni, bugie? L'OMBRA DEI SERVIZI SEGRETI. Nella stagione delle stragi si incontrano molti indizi anche dell'intervento di apparati dello Stato. Le memorie dei computer di Falcone dopo la sua morte sono misteriosamente cancellate e manomesse; sul luogo dell'attentato viene trovato un bigliettino con un numero di telefono del Sisde, il servizio segreto civile; al Sisde apparteneva Bruno Contrada, di cui un nuovo "pentito", Gaspare Mutolo, stava per parlare a Falcone; inspiegabili telefonate avvengono, attorno alla morte di Borsellino, tra uomini di Cosa nostra e un altro numero del Sisde; scompare da via D'Amelio l'agenda rossa che Borsellino portava sempre con sé. L'unico contatto apparati-mafia di cui si ha certezza è però la "trattativa" aperta subito dopo la morte di Falcone dai carabinieri del Ros – il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno – con Vito Ciancimino. Obiettivo: la cattura di Totò Riina. Gli uomini di Cosa nostra raccontano invece di "trattative" più complesse con lo Stato, di un "papello" presentato a misteriosi interlocutori con l'elenco delle richieste avanzate per interrompere le stragi: "Erano sei o sette punti", racconta il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, "fare annullare l'ergastolo, fare annullare la legge sui pentiti, il sequestro dei beni e altre cose...". Dopo i primi contatti, i boss esultano: "Si sono fatti sotto", dicono soddisfatti, "ci vuole un altro colpetto". Ma i racconti della "trattativa" fatti dalle due parti non coincidono: o qualcuno (magari Ciancimino) ha interrotto la catena, non riportando fedelmente i discorsi dei carabinieri a Cosa nostra e di Cosa nostra ai carabinieri; oppure esistono più trattative (e in questo caso: chi altro ha trattato con i mafiosi a nome dello Stato?). Di certo c'è che Falcone e Borsellino sono morti e che le bombe sono esplose. E alla fine della guerra a colpi di attentati, l'Italia si sveglia diversa. Cosa nostra è cambiata, diventa invisibile, la strategia stragista corleonese sembra sconfitta, molti boss sono in carcere. Anche la politica ha cambiato faccia e, scomparsi i partiti di governo, nel 1994 a vincere le elezioni è il nuovo partito di Berlusconi. "Sulla vicenda del sostegno di Cosa nostra (...) a Forza Italia, si sono raggiunti sufficienti elementi di conferma", scrive il gip di Caltanissetta. Anche Brusca ammette di aver dato il suo contributo. E quando Berlusconi nel 1994 arriva a Palermo per l'ultimo comizio della campagna elettorale – racconta Cannella – "Bagarella mi disse che aveva preso 'impegni seri' con noi, intendendo con tutta Cosa nostra". Certamente Cosa nostra pensava alla politica e cercava nuovi referenti. Certamente li ha trovati, alla fine, in Forza Italia. Ma ha avuto contatti fin dall'inizio con Berlusconi o Dell'Utri, ha concordato con loro la strategia stragista che doveva dare origine a una nuova mafia e a una nuova politica? Il giudice lascia aperta la domanda. Afferma soltanto che non ci sono elementi sufficienti per sostenere in un'aula di giustizia che qualcuno ha davvero preso "impegni seri" con i mafiosi: "Gli spunti indiziari a sostegno dell'ipotesi accusatoria sono numerosi, ma incerti e frammentari, pertanto inidonei a legittimare l'esercizio dell'azione penale". Indica poi ulteriori contatti pericolosi di Dell'Utri (tra cui quelli con con Patrick Perrin, personaggio a sua volta in contatto con Licio Gelli e implicato in traffici di valuta, oltre che ricercato per rapina insieme a uomini del clan Santapaola). E sostiene che risultano "accertati rapporti di società facenti capo al gruppo Fininvest con personaggi in varia posizione collegati all'organizzazione Cosa nostra": il gip cita la Coge spa (controllata dalla Paolo Berlusconi Finanziaria), in affari in Sicilia con aziende in odore di mafia e intrecciata societariamente con uomini considerati vicini a Cosa nostra (come "tale Salvatore Simonetti, nato a San Giuseppe Jato"); poi elenca cinque società con sede a Palermo (Rete Sicilia, Sicilia televisiva, Sicil tele, Trinacria tv, Crt Sicilia color), incorporate nel 1991 nel gruppo Fininvest. "La circostanza", scrive il gip, "rende pure plausibile che Cosa nostra, in quel periodo fortemente radicata sul territorio e certamente capace di condizionare le attività economiche in esso operanti, non rimanesse inerte dinanzi all'avanzare di una realtà imprenditoriale di quelle proporzioni, perlopiù facente capo a un gruppo nel quale si muovevano soggetti già considerati facilmente avvicinabili in forza di pregressi rapporti". I rapporti economici, continua il gip, "costituiscono dati oggettivi che – in uno agli altri elementi relativi ai contatti e alle frequentazioni di Dell'Utri con esponenti della stessa cosca – rendono quantomeno non del tutto implausibili né peregrine le ricostruzioni offerte dai diversi collaboratori di giustizia, esaminate nel presente procedimento, in base alle dichiarazioni dei quali si " ricavato che gli odierni indagati erano considerati facilmente contattabili dal gruppo criminale; vi è insomma da ritenere che tali rapporti di affari con soggetti legati all'organizzazione abbiano quantomeno legittimato agli occhi degli 'uomini d'onore' l'idea che Berlusconi e Dell'Utri potessero divenire interlocutori privilegiati di Cosa nostra". Il giudice conclude "lasciando al pm le valutazioni di sua competenza in ordine all'utilità di tali dati per individuare eventuali ulteriori piste investigative diverse da quelle sinora perseguite": lascia aperta la strada a ulteriori indagini, come già è successo a Palermo con l'archiviazione dell'inchiesta "Sistemi criminali". A dieci anni, il "gioco grande" di cui parlava Falcone resta ancora nascosto. Rimaniamo senza certezze sul biennio fondativo del nostro nuovo sistema politico. Se la "prima Repubblica" si diceva nata dalla Resistenza, la "seconda" è nata dal buco nero delle stragi.

Diario, 17 Maggio 2002


Parte Attiva

Pubblicato il 23/7/2007 alle 0.46 nella rubrica Etica e Società.

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